venerdì 17 maggio 2013

Muleta - La Peste (Recensione)

Tornano alla carica i Muleta, band veneta che aveva esordito con un Ep piuttosto corposo e che era riuscita ad attrarre l'attenzione di un certo Giorgio Canali, coinvolto in modo convinto nella produzione degli 8 pezzi che componevano La Nausea. Ora è il momento de La Peste, giusto per non farsi sfuggire nei titoli immagini di un disagio che permea anche i testi mentre non tocca granchè la musica, diretta e senza fronzoli anche se non così tanto da scomodare il termine punk: diciamo più che siamo dalle parti di un pop-grunge grezzo in cui la voce roca di Enrico si adatta alla perfezione.
I Muleta lasciano intendere da subito che il loro album non rivoluzionerà la storia della musica: i testi sono carini pur nel loro esagerato calcare su immagini che risultano assai meno poetiche di quanto vorrebbero essere (“E se hai voglia di sognare/allora crepa”, tratta da “Lisa”, è solo un esempio di come si voglia far passare in maniera esagerata il facile disfattismo per poesia), il ritmo è a tratti sostenuto, i suoni sanno graffiare e cullare alternativamente, visto che c'è spazio per qualche momento più tranquillo, come in “Lotteria”, “Moriremo Increduli” o nella conclusiva “Il Giorno In Cui”, fin troppo simile al Canali dei pezzi più tranquilli di Rojo e senza lo stesso appeal. C'è un po' di tutto, tranne la personalità.
I 10 pezzi, perlopiù brevi schegge, che compongono La Peste sono genuini, ma suonano anonimi dal primo all'ultimo. Buttarsi a capofitto nei pezzi più tirati, dall'iniziale “Meno” alla title track, non basta a dare scossoni ad un canovaccio perlopiù tendente al pop che non fa niente per lasciare il proprio marchio di fabbrica nelle orecchie dell'ascoltatore, a meno che riciclare suoni di due decenni fa possa essere considerato originale.
E' paradossalmente difficile parlare dei 10 pezzi di questo secondo episodio della carriera dei Muleta, e penso che la valutazione che se ne può fare è discordante. La Peste è tutto ciò che potete volere da un disco pronto all'uso, sicuro, pieno di frasi che possono attizzare l'animo poetico meno esigente e di suoni ed atmosfere che vi faranno sentire come a casa nel paese allegro ma non troppo del pop-rock spruzzato di disagio giovanile. Non è niente più di questo però, e non voletemene se io lo ritengo un grande difetto.

Label: Matteite/Muleta Dischi/Infecta
Voto: 


mercoledì 15 maggio 2013

The Bermudas – Bad Luck (Recensione)

E’ un terremoto inaspettato, alla faccia di tutte le scale sismografiche e dei loro grafici crestati; tornano a tuonare, dalla Liguria, i rocamboleschi The Bermudas, trio epilettico all’insegna dello scompenso cardiaco e del fiatone lunghissimo con il nuovo disco “Bad Luck”, più che un disco una iniezione di Cardiastenol direttamente in vena, dieci tracce al fulmicotone più una hidden track che si contendono a spintoni lo spazio per le interazioni più sfrontate di Rock’N’Roll, punkbilly, surfing e le sclerotiche fumigazioni del garage per non parlare delle infinite modulazioni in FM che queste tracce “violentano” facendosi ruffiane canaglie con palinsesti da occupare.


E’ come avere a che fare con la scatenata selezione di un Juke-Box Rock-Ola trasportato nel tempo odierno, una sequenza di brani che senza divagazioni o tentazioni, frenetizzano e sconvolgono i vecchi cataloghi underground con un sound senza tempo, che per molti detrattori sembrerebbe ancorato ad una mera funzione d’intrattenimento e basta, quando invece è portatore anche e soprattutto di controcultura e storia, ma senza addentrarci in disquisizioni e riferimenti, quello che vortica tra le tracce è un’energia da ballare tutta d’un fiato se si arriva alla fine; una tracklist che fa intuire una potenzialità che si rifà agli anni fine Sessanta primi Settanta, i ritmi Tarantiniani “La donna per me”, le balere lungo i bagnasciuga “Taggami”, una capatina tra le fogne Garage di una Detroit fumosa che vive nella titletrack e più in la un salto nel beat turbolento della bella “Elettrochoc”, traccia in tremolo di chitarra e diamante dell’intero lotto.


Claudio “Klaus” De Franceschi voce/chitarra, Maurilio “Kikko” Giannini batteria e Angelo “Ange” Demaria al doublebass, basso e backing vocals, sono diavoli generazionali che suonano la pulsione di più di una generazione indietro e la riportano in un epoca di grande rivalutazione, il loro non è puro esercizio di stile, ma passione elettrica e seduzione amplificata che non da tempo per respirare e men che meno modo di confondersi con altro mentre il disco ruggisce, gratta e svicola attraverso i woofer, poi con la bomba riletta di “Mexican Radio” degli americani Wall Of Voodoo e lo slanguidamento mex di “The Queen of the road” il disco va in fiamme, fiamme di vibrati e calde nostalgie di tempi persi chissà dove, e quello che rimane sul piatto è una voglia, ma che dico, una maniacale persecuzione che il repeat dovrà subire per molto, ma molto ancora.


Voto: ◆◆◆
Label: Autoproduzione 

martedì 14 maggio 2013

Mudhoney - Vanishing Point (Recensione)

Inossidabili i Mudhoney. Immuni dalle crisi che hanno attraversato gruppi con molti anni di meno sulle spalle (se si esclude l'uscita dalla band di Matt Lukin ormai dieci anni orsono) loro vanno avanti da un quarto di secolo imperterriti, sfornando album con una cadenza non certo regolare ma comunque senza pause troppo lunghe. Ed è proprio questo Vanishing Point quello che si è fatto attendere di più, uscendo dopo ben 5 anni dalla prova piuttosto scialba di The Lucky Ones, non il modo migliore per festeggiare il ventennio di attività.

Dopo così tanto tempo dopotutto è difficile stupire, soprattutto se le armi con cui sei emerso sono un suono aggressivo che nel frattempo ha smussato gli angoli (soprattutto dopo il ritorno in Sub Pop con Since We'Ve Become Translucents) ed un'energia che arrivati alla cinquantina non è certo quella degli esordi (anche se dal vivo la loro porca figura la fanno comunque). C'è quindi ancora spazio per le sfuriate quasi punk, ne sia prova la scatenata “Chardonnay” con efficace assolo dissonante compreso nel lotto, o per le punzecchiature fuzzate efficaci solo a tratti di “I Don't Remember You”, ma l'impressione è che la band si trovi più a suo agio quando i ritmi rallentano. Non che ci propinino delle ballad, o perlomeno non è il termine che userei per la tranquilla ma assolutamente coinvolgente “Sing This Song Of Joy”, ma quando rallentano il ritmo scatenato dell'iniziale “Slipping Away” per lasciar spazio ad una proto-psichedelia fra riverberi e wah e quando si lasciano guidare da un basso lineare ma trascinante nella scura “What To Do With The Neutral”...beh, forse è qui che si sentono le cose migliori. Non che una tirata che rinvanga i vecchi tempi (forse fin troppo) come “The Only Son Of The Widow Of Nain” non faccia piacere, ma per un pezzo riuscito nel suo amarcord come questo ce ne sono altri che passano nelle orecchie senza lasciare troppo il segno: “The Final Course”, a cui la carta psichedelica riesce decisamente meno rispetto alla opening track, la successiva “In This Rubber Town”, che scorre senza particolari tentennamenti ma di cui si fa apprezzare il lavoro alla batteria di Dan Peters, e “I Like It Small”, ripetitiva e scialba nonostante il tentativo di tenere alto un ritmo che però fatica a coinvolgere. I Mudhoney comunque combattono questa ennesima battaglia sonora con armi varie, e sebbene non tutto si può dire riuscito riescono a dimostrarsi più in forma di 5 anni fa.

Vanishing Point non cambierà la vita di nessuno, ma se il timore poteva essere quello di vedere aggiungere alla più longeva formazione di Seattle un capitolo evitabile alla propria carriera direi che il rischio è stato evitato. Sfiga vuole che la loro unica data di promozione dell'album sia nella per me lontana Firenze, ma se siete da quelle parti il 31 maggio i Mudhoney valgono ancora il prezzo del biglietto...e questo disco pur coi suoi difetti aiuta a dimostrarlo.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Sub Pop


lunedì 13 maggio 2013

Bokassà /Maybe I’m – Paraponziponzipò (Recensione)

Ossessivo e intrigante come da deliro incontrollato, indiavolato crocicchio che vede in stupenda collisione, botto e relativo cortocircuito i campani Maybe I’m e Bokassà, una folgorazione tribale di elementi sonici che provengono da suggestioni e “attriti” internazionali, una antologia anarco/espressiva che non ha in dote nessun limite, solo libertà, freedom e libertè al cubo.

“Paraponziponzipò” è il frutto calorico di questo incontro/fusione, e le scintille vanno immediatamente in profonda accelerazione schizofrenica, il caos ordinato di un sonic bang che satura all’inizio per poi diventare irrinunciabile decoro sonoro per attimi di sfogo dall’ostinato perbenismo di una giornata modularmente sempliciotta; il motore incontrastato delle sei tracce in scaletta? un micidiale acido basico di afro-punk-jazz che scorrazza delinquentemente in ogni angolo, schizzi sonori calibrati sul giro fisso dello stupore, una necessità espressiva psicotropa e sfrontata che delizia – nel suo folle esperimento – i nostri padiglioni auricolari. Sun Ra, pizzichi di McCoy Tyner, Napoli Centrale, soffi Bantù, le overdosi di Basquiat, geometrie Zappiane, tribalità e legni etnici, percussioni nere, fiati e tanto altro che si potrebbe stilare una enciclopedia alternativa, sono le colorazioni piriche di un disco che nella sua apparente confusione, pare avere e ha una logica trasversale, la battuta e il taglio unico, inafferrabile e il vizio formidabile delle “directions in music”. Bokassà , Alexander De Large voce/batteria/percussioni, Stefano Spataro voci/chitarra, Superfreak basso, tromba, baglams, i Maybe I’m, Antonio Marino voci, batteria, Ferdinando Farro voci, chitarra, sono le menti ansiolitiche di questo supergruppo arrivato per destabilizzare la staticità e stravolgere i paesaggi morti della presunta modernità nella musica.

Uno strepitoso scambio di “battute” che la sanno lunga, Africa e l’incedere della nevrosi urbana si complimentano, si accoppiano e partoriscono entrambe stimoli, scatti, sguardi profondi e traiettorie evolutive, uno sconvolgente pastrokkio sonoro che brilla di luce propria, selvaggio e “forestico” come le cinematiche di Tarantino, i fragori funk mediterranei “Nel continente nero”, il blues murder del Mali, nero come la pece “Ci sta un popolo di negri” per arrivare a certe distrazioni asimmetriche e scordate, un free customer che ha già dato panacea ad un certo Beck durante le sue invasioni in territori jazzly, “Il più famoso è l’Hully Gully”, una manciata di minuti d’istrionismo acuto, sensibilmente acuto.

Il resto della registrazione è da scoprire, un viaggio e un’apertura mentale che non si cancella facilmente, un woodoo metafisico e oltre contemporaneo specie per chi fosse esclusivamente alla ricerca di uno sballo – oltre che legale – dalle forti emozioni senza legacci di sorta.


Voto: ◆◆◆

Label: Jestrai/Lepers Prodt./Hysm?/La Fine/Eclectic Polpo/SGR Musiche/Charity Press

venerdì 10 maggio 2013

New Adventures In Lo-Fi – Take Took Taken Ep (Recensione)

Nel 1994 avevo 18 anni, una bella età per godersi la musica, non c'è che dire- Assimilare generi musicali e renderli parte della tua vita, come concetto e come impostazione di un modo di essere e di vivere la musica. Non era molto difficile trovare il proprio spazio nel '94. Video Music passava anche robaccia, certo, ma ti imbattevi spesso e volentieri in roba di grandissima qualità, quasi sempre proveniente dall' America, che fosse indie, “alternative”, come lo si definiva allora (o come lo si dovrebbe definire oggi visto la brutta fine che ha fatto il termine indie) o “grunge”, quasi sempre ti sparavi qualcosa di figo. Ecco se sei nato nel 1976 e hai 18 anni nel 1994 è facile diventare un finissimo intenditore di musica, è troppo facile, me ne rendo conto.

Di certo più difficile se invece sei nato tra alla metà degli anni 80 e 15 anni li hai raggiunti nel 2000, perchè ti sei ritrovato adolescente in un periodo musicalmente caotico e in evoluzione costante, quindi, o hai un fratello più grande figo, o hai un talento per la musica bella.
Non so se Enrico Viarengo e i suoi compagni di viaggio dei New Adventures In Lo-Fi abbiano un fratello maggiore figo, ma di certo hanno talento per la musica bella, quella che girava nei primi anni '90.

Appena inizia “Naked”, primo pezzo dell'EP dei torinesi, capisci benissimo i loro ascolti; cogli subito la loro crescita a pane e “alternative”. Ci arrivi subito, perchè quelle chitarre appartengono ai Texas Is The Reason e ti trafiggono il cuore, come succedeva tanti anni fa, arpeggi agrodolci che si sciolgono in ritornelli di delizioso amarcord.

Something Missing” nella stessa maniera si adagia su canoni già scritti, ma così ben mischiati da risultare una novità da abbracciare; al suo interno senti tutto: dall'apertura alla Swervedriver, agli arpeggi tristi dei già citati Texas fino ai ritornelli a metà strada tra i Weezer più intimisti e i Teenage Fanclub.

"Tomboy", il terzo pezzo, è una delicata ballata tra chitarra e voce, un po' troppo sentita e che non brilla, a differenza degli altri pezzi, a livello di scrittura.
Livelli che si alzano subito con il pezzo di chiusura “Taken” con una chitarra Neil Younghiana le cui corde ti stringono il cuore e, ancora, la profonda dolcezza di cui erano capaci i Teenage Fanclub. Deliziosa davvero.

Si sente aria di una nuova primavera indie '90 in questa orrenda e disagiata stagione del 2013. Un Ep bello, per cuori forti, i deboli ne potrebbero morire di gioia all'istante, pieno di riferimenti, come detto, evidentissimi, ma trattati con assoluta personalità e perizia.

Una bicicletta, la maglietta dei R.E.M. e il sole. Come nella primavera del 1994.


Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Autoproduzione

giovedì 9 maggio 2013

VictorZeta e i Fiori Blu – Dans la Rève (Recensione)

Musica che non si rassegna di essere solo musica come siamo soliti afferrare, altro che prendersi il tempo per inghiottire un secondo d’ossigeno, questa “compagnia” sonora campana, VictorZeta e i Fiori Blu con il disco d’esordio Dans La Rève, danno l’idea precisa di una band anfetaminica che non si accontenta di fare il solito giro a tracklist, la solita giostrina registrata che può piacere o meno, ma applicano all’ascolto accordi, ritmi, stili e approdi con l’audacia di un compattatore, punteggiano melodie guizzanti, con una precisione invidiabile, si divertono a sparigliare i classicismi del folk, rock, cantautorato, i respiri Balcanici e le convulsioni del rap, letteratura e chi più ne ha più ne metta per riempire un ascolto divertito e a suo modo “stravolto”.

Perfettamente non allineati con le soluzioni modaiole o perlomeno di quella tendenza latentemente trendy, la formazione campana sciorina ben tredici brani per una espressione mixata di gran lusso, una forza integrante e colorata che sembra un juke-box personalizzato dove attingere musica per ogni stato d’animo che l’ascoltatore passa in quel dato momento, un dispenser sonico e lirico che si fa stile e stilosità nel contempo; il senso teatrale si respira fino al millimetro di ogni movimento, la romanticità di una scaletta che azzarda vincendo al primo turn è forte e, anche se la formula base non è che sia prettamente inno all’innovazione, conferma talento nell’imbastire una tutto sommata opera del “gesto sonoro” da tenere inchiodata nella memoria.

Parole sagge e parole volanti, suoni e marachelle poetiche sono la cifra interpretativa, Mediterraneo e venti oltre cortina danzano, gioiscono, pensano e zampettano in un palcoscenico virtuale dove gli arrangiamenti ed il sangue vivo marciano su una via preferenziale, un disco agrodolce che è passione e vita vera al quadrato; tra le chicche da cercare in questo baule strapieno di viaggi e storie l’amarezza in levare che ciondola in “Nuove strade”, la mosca che ronza dispettosa nello ska-folk di “Sciami”, il senso Tarantiniano d’un tango languido “Lascia che mi lasci andare”, l’ombra sausalita casalinga e curinaria di “Zacapa” come lo spiritello di Gaber che si muove sopra il ronzino blues della rivisitazione di “Shampoo” del grande ed indimenticabile artista milanese, poi tutto quello che gravita oltre è una sorpresa per dilatare le trombe d’Eustachio.

Ottima prima volta per i campani, e la conferma – se mai ce ne fosse bisogno - di una ulteriore bella pagina di nuovo cantautorato.

Voto: ◆◆◆◇◇
Label: Autoproduzione

martedì 7 maggio 2013

Voina Hen - Finta Di Niente Ep (Recensione)

Ho cominciato ad ascoltare questi 4 pezzi dei Voina Hen senza sapere niente di loro, né la provenienza né il genere né il numero di scarpe. Mi fa specie quindi, dopo una buona dose di ascolti, vedere l'etichetta post-grunge associata al loro nome, ben più dell'attitudine punk che altrettanto viene loro cucita addosso nei comunicati stampa e che ha un minimo senso in alcuni punti dell' Ep Finta Di Niente, secondo lavoro della band abruzzese (ora lo so di dove sono!) dopo un omonimo album. Detto che 4 brani sono pochi per poter giudicare un gruppo e che la definizione post-grunge io l'ho sempre letta come commento denigratorio c'è da dire che di nineties i Voina Hen hanno ben poco, al massimo qualche riflesso del riflesso, tipo avere atmosfere che in qualche punto rimandano ai Verdena più riflessivi di inizio carriera.

Non è il caso però di “Algeria”, il brano con cui si apre il disco. Un ritmo tutto sommato abbastanza contenuto e senza sobbalzi viene nobilitato da un cantato nervoso e da una chitarra dai saltuari accenni indie, e pur non essendo un capolavoro riesce ad incuriosire e a mantenere alta l'attenzione fino al passaggio alle atmosfere più rarefatte (ma senza esagerare) di “Le Pietre”. Il ritmo rallenta ancora un poco, la voce resta nervosa ma i ritornelli si fanno veicolo di emozioni nostalgiche, e la cifra stilistica se proprio si deve fare un paragone si può accomunare senza andare lontani né cronologicamente né geograficamente ad alcune cose dei Cosmetic. Di tutt'altra pasta la title track, veloce, potente e con qualche influsso post-hardcore che dà un ottimo sapore al risultato finale: sicuramente il brano più azzeccato, utile anche a giustificare un minimo l'attitudine punk sbandierata fieramente. “Summer On A Solitary Beach” del maestro Battiato chiude invece con atmosfere nuovamente nostalgiche, anche se le emozioni qui vengono veicolate in maniera cupa, complice un basso più presente ed arpeggi di chitarra efficaci da disagio contenuto.

Un ascolto piacevole questi 15 minuti scarsi passati in compagnia dei Voina Hen, troppo pochi però per poter dare un giudizio definitivo su una band comunque emotivamente interessante. La vena più tranquilla funziona meglio in “Le Pietre” che nella traccia conclusiva, ed il rischio per il futuro è quello di non riuscire a veicolare le emozioni alla stessa maniera in cui ci riescono qui: sarà utile sicuramente insistere nel solco nervoso di “Finta Di Niente”, l'alternanza di atmosfere è un punto a favore di cui già si può fregiare questo piccolo e veloce assaggio, oltretutto in free download qui.

Voto: ◆◆◆◇◇

Label: Autoproduzione


lunedì 6 maggio 2013

Crowding Out Effect – Young (Recensione)

Dopo aver suonato in lungo e in largo, la band dei Crowding Out Effect arriva al secondo Ep di carriera, Young, un quattro tracce che si tuffa senza indugio nel brit-pop degli anni Zero, ma non con quella spavalderia che è solita assaltare gli estimi brufolosi di qualche esuberante e finto spensierata band, ma con quell’accortezza mid-professionale che trasogna spettri cromatici di gamma, una di quelle formazioni che ha un impatto uditivo ricco di dolce tensione, che trova lo smalto giusto per brillare – al suo passaggio – tra le fantasmagorie di Franz Ferdinand e Arctic Monkeys e di tirarne fuori un midollo personalissimo come cristo comanda.

Tante sono le suggestioni che questo piccolo lavoro sbatte all’orecchio, tante le indiscutibili sincerità sonore che esprime in un contesto di pulsioni elettriche, ritmi declamati e indie mutante, tutto si lascia andare a brani dove la poetica abbraccia volentieri e con gusto l’urgenza scandita da una gioventù sonica – per adoperare una considerazione già fatta – che reclama accelerazioni e melodie “altre”, fintanto che una estetica si compone, regalandoci una bella riconferma ed una orecchiabilità avvolgente come poche; quattro tracce più una ghost Wait acoustic – nella quale trasale tutto il patema d’anima di un Thom Yorke tra le nevi Vedderiane di Into The Wild - che rubano tutta la nostra immaginazione, brani di hooks e strafottenza radiofonica che sbomballano una tracklist agitata ed immediata.

Quello che è certo che gli COE sembrano proprio una quintessenza di un profilo musicale da associare per momenti in cui si cerca carica, energia e un mordente gentile di bello, un lasciare intendere che rivela contorni caratterizzanti ed elettrici esuberanti e ben collocati nelle coordinate inglesi “Young” tra la scapigliatura dello scatto nervoso “Alone”, dentro l’epicità denudata dai fronzoli pop “Keep loving”o nei meandri del barocchismo Sixsteen che elogia “Broom”, poche cose per un “molto” da certificare e consigliare, un’evoluzione sonora di tutto rispetto, e che addirittura potrebbe recidere le radici underground per un qualcosa di molto più in alto, ma molto più in alto. Da far sposare con qualsiasi stereo!


Voto: ◆◆◆◆◆
Label: Autoproduzione

 
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